PRESENTAZIONE
Quando, nel 1965, Luciano D'Alessandro iniziò questo lavoro in un ospedale psichiatrico, la solitudine del "malato"
gli apparve in tutta la sua disperata evidenza. In un lavoro che fu pubblicato nel 1967 su Popular Photography Italiana ,
egli scriveva infatti: "colsi quello che a mio avviso era l'argomento centrale di questo racconto fotografico: la
solitudine del malato mentale, rispetto al suo mondo di provenienza, rispetto agli altri, una solitudine che nasce
dalla malattia". Sembrava dunque che un modo essenziale del malato mentale, quello della solitudine, gli si fosse
inequivocabilmente rivelato dalle sue immagini e che tuttavia qualche altra cosa gli fosse poi sfuggita. La solitudine,
una grande estrema solitudine umana, sembrava a Luciano D'Alessandro, nascere dalla malattia e qui la sua storia
sembrava ammutolire di fronte alla tragedia schiacciante di un ineluttabile fato biologico. In realtà, al di là della
formulazione verbale, le sue immagini gli avevano detto molto di più e il titolo del suo lavoro del 1967 racchiudeva il
vero significato di quanto egli aveva visto. S'intitolava infatti il suo lavoro: "Il mondo degli esclusi". Era un titolo che gli
era nato spontaneo, senza riflessione, al di là di ogni suggestione culturale e ogni influenzamento psichiatrico. La
nostra collaborazione si portava allora, infatti, su un aspetto metodologico: ero allora convinto, come lo sono tuttora,
che il lavoro che faceva Luciano potesse grandemente contribuire a creare una frattura con il modo convenzionale di
rappresentare fotograficamente il " malato mentale ". Alla stridente mostruosità di certi documenti fotografici, Luciano
opponeva un modo diverso di narrare.
Presi dall'analisi di questa condizione, che più innanzi chiarirò meglio, non si fece tra di noi alcun discorso circa il
generale significato del lavoro di Luciano. Egli doveva giungere da solo alle sue conclusioni.
Quando andavamo fra i pazienti psichiatrici, Luciano non volle mai fotografarmi o fui io a non volerlo: questo in
seguito non ci apparve più chiaro. Quando mi chiese di scrivere per Popular Photography il testo da raffrontare alle
sue immagini, sviluppai l'elemento metodologico a cui ho accennato. La fotografia, dissi a Luciano e lo scrissi
nell'articolo, non può giungere al "malato mentale" quando si propone uno scopo documentaristico. Ecco perché le
fotografie dei malati mentali che sono sui trattati di psichiatria sono così totalmente false. Non si tratta qui di tecnica,
ma di atteggiamento di chi fotografa. L'artista perde invece di "obiettività", nel senso in cui la scienza borghese
considera questo parametro, ma coglie tuttavia un aspetto umano, meno codificabile, ma vero. Pertanto la fotografia
artistica finisce per essere l'unica a poter cogliere il modo del malato mentale.
Queste discussioni erano necessarie per tutte le implicazioni che ne derivavano, ma risultavano indubbiamente
elusive circa il generale significato del lavoro.
Mentre Luciano D'Alessandro scopriva, come esperienza diretta e scottante e non come astratta formula verbale, la
solitudine del malato mentale, io ero alle prese con la mia cattiva coscienza così come buona parte degli psichiatri
della mia generazione. In effetti inizialmente Luciano aveva colto, come momenti, separati, da un lato la solitudine del
malato mentale, e dall'altro Iato una particolare riluttanza o perplessità degli psichiatri. A quell'epoca egli non sapeva
ancora connettere le due cose. Questo libro è anche, da parte di entrambi, una prova di questa connessione.
Le immagini rivelavano a Luciano una sconfinata solitudine umana che egli attribuiva alla malattia. Per me quella
solitudine aveva un'altro significato: essa non era il risultato di una malattia, essa era la testimonianza diretta della
violenza. Io ero lì, paternalisticamente buono e mistificatamente comprensivo, quale strumento di fatto di quella
violenza. Ero Iì, agitato e affannato a proporre nuovi miglioramenti, nuove sistemazioni, nuove terapie, nuovi studi
scientifici, nuovi mezzi di proselitismo psichiatrico, ma tuttavia costantemente impegnato in un ruolo che implicava il
potere, la sopraffazione, la violenza, l'autoritarismo. Allora la solitudine che Luciano mi mostrava era l'effetto della mia
violenza.
A questo punto la fotografia di Luciano era il dito puntato dell'accusatore ed io l'accusato. Non aveva nessuna
importanza il fatto che ciò non fosse nelle intenzioni del fotografo, che egli avesse solo voluto raccontare una storia e
cogliere una realtà. Quella realtà stava lì e per me parlava da sola.
Ecco quindi che questo libro è un documento della violenza.
Potrà qualcuno obiettare che dal 1965 ad oggi in molti Ospedali psichiatrici non vi sono più "Reparti agitati", che le
condizioni dei malati mentali sono migliorate, che si ha grande cura dei muri, dei colori, del verde e della cucina negli
ospedali, che gli psicofarmaci permettono di evitare i mezzi di contenzione e tante altre cose ancora.
Ma negli Ospedali più arretrati le cose non sono cambiate e se anche fossero modificate nel senso che si è detto la
storia della solitudine rimarrebbe identica: nei reparti nuovi e più eleganti, la legatura farmacologica non è meno
violenta né meno alienante del corsetto di sicurezza; l'ergoterapia meccanicamente applicata non riempie il vuoto
("un vuoto totale" dice un ricoverato) di giorni su giorni passivamente trascinati, così come non lo riempivano le
lunghe soste nelle "piazzette". Dovunque le cose stiano così, la violenza rimane e le immagini sono sostanzialmente
attuali. Il vuoto è stato pienamente colto nelle immagini di Luciano D'Alessandro: ma questo non è il vuoto della
"malattia" come ineluttabile condanna biologica, è invece il vuoto che l'apatia, l'inerzia e l'abbandono hanno creato in
coloro che sono esclusi da qualunque movimento e da qualunque dinamica. Se già lo spazio dell'uomo era ristretto
dalla sua alienità, esso viene ulteriormente ristretto dalla violenza e dall'abbandono.
Luciano D'Alessandro fa parlare le mani, o meglio, interpreta il linguaggio e ne trae una storia: la sua descrizione è
impeccabile. Le cose stanno proprio così: se la comunicazione è altrimenti bloccata, le mani parleranno, quasi contro
il desiderio dell'uomo, e racconteranno ancora la storia della violenza, dell'esclusione, della discriminazione, della
segregazione e dei soprusi.
In questo libro non si fa una denuncia, né si parla di rimedi. La denuncia è stata fatta ampiamente da tanti e più
autorevoli di noi. Noi la sottoscriviamo in pieno e così facendo condanniamo la nostra stessa violenza. Questo è Il
primo rimedio; ma degli altri rimedi si dovrà parlare in altra sede, soprattutto quando qualche cosa di concreto e di
realizzato si potrà dire con sicurezza. Anche qui tanti altri ci hanno preceduto. Ma di qualche cosa che è tutto nostro,
che mira a riempire il vuoto intorno, il vuoto fra gli uomini, il vuoto nel futuro, di tutto ciò si dovrà parlare altrove e
quando se ne avrà il diritto. Altri seguono già da prima di noi vie limpide ed autorevoli. La loro esperienza è per noi
determinante. Ma, se si contesta il ruolo carcerario dello psichiatra, se si rifiuta di essere lo strumento della violenza,
se (sia pur con infinite e complessissime difficoltà pratiche) si rinuncia seriamente all'autoritarismo medico e
psichiatrico, le vie per il futuro possono essere diverse, problematiche, complesse, non necessariamente uniformi.
Non si deve fare di tutto ciò una moda, né creare un nuovo conformismo nella depsichiatrizzazione: la lotta contro
l'autoritarismo è anche lotta contro il dogmatismo. A nulla varrebbe abbattere la concezione nosografica degli uomini,
mettere fra parentesi la malattia, negare ogni discriminazione degli esclusi, se poi le soluzioni si dovessero ricercare
sul metro di una scuola, sia pure attendibilissima, e non derivare direttamente dai bisogni (quelli reali, non quelli
passivi creati dall'istituzionalizzazione) degli esclusi. D'altra parte sarà ancora necessario battersi contro un altro e
non meno grave pericolo: la segregazione e la violenza possono prendere canali diversi non meno esiziali. La
cerchia chiusa di un solo istituto, tecnicamente avanzato ed economicamente privilegiato, potrebbe, per esempio,
creare un nuovo classismo fra gli psichiatri stessi. La loro contestazione potrebbe facilmente bigeminarsi in una fertile
e attiva lotta contro lo psichiatra tradizionale e incallito e in una aristocratica violenza contro tutti coloro che cercano la
loro via in condizioni meno privilegiate. Una simile impostazione denuncerebbe già un fallimento, già I'incancrenimento
in un nuovo sistema.
Ma al di là delle vie, una sola cosa è importante, alla base: il riconoscimento della violenza e la necessità di una
brusca risoluzione senza tentennamenti. Il discorso s'è allargato in senso tipicamente pragmatico; ma, appunto,
questo s'impone e le immagini di Luciano debbono condurre a questo discorso, altrimenti sarebbero false ed
ingannatrici.
Luciano, fotografo ed artista, dice di aver solo voluto raccontare una storia. Ma questo non è vero o è vero in una certa
particolare accezione: quale che sia stata la sua intenzione, la storia che egli ha raccontato è questa. Non si può
raccontare nessuna altra storia in un ospedale psichiatrico, né di tipo anacronistico-carcerario, né di tipo " moderno" e
assistenziale, né di tipo lussuoso, paternalistico e psicoterapeutico. Cambiano gli ambienti, gli sfondi e le grate, ma la
storia rimane identica. Qui sospettiamo che la stessa storia possa riaffiorare anche in alcune comunità terapeutiche,
basate sulla negazione dell'istituzione, perché l'istituzione non cessa mai, ma è evidente che lì possano incominciarsi
a raccogliere anche storie diverse e sguardi non più vuoti.
Nelle conversazioni con Luciano D'Alessandro ho avuto talora l'impressione che egli fosse trascinato verso un'altra
tematica, più ampia, più generale: non è la solitudine della malattia, ma in fondo è la solitudine dell'uomo (la grande
solitudine ontologica) quella che egli scopriva. Non v'ha dubbio. La grande solitudine è onnipresente. Ma allora, se
questa fosse stata l'intenzione profonda, Luciano D'Alessandro non avrebbe ricercato le immagini dell'Ospedale
psichiatrico, né avrebbe raccontato in quel modo la sua storia. AI di là di ogni richiamo ontologico, quella solitudine
che grida nelle immagini di D'Alessandro è la particolare solitudine di quell'uomo solo e quella solitudine è l'effetto
della violenza, dell'esclusione, dell'abbandono.
Nasce questa violenza dalla famiglia e dalla società: l'Ospedale la prolunga e la rende definitiva. Essa assume forme
diverse in seno alla famiglia, ma tutte caratterizzate dalla negazione della libertà e dall'impedimento dell'individuazione.
Che siano rigide, iperprotettive, carenti affettivamente, tradizionali, in ogni caso queste famiglie esercitano di fatto una
violenza, creano una esclusione.
Lo stesso modello, riproposto dalla scuola, eserciterà un'azione selettiva su quei soggetti già oggetto della violenza
familiare, poiché proprio questi saranno i più perplessi, i più contradditori, i più ansiosi, i più irrequieti. La catena è già
formata: il meccanismo della esclusione, avviato dalla famiglia, non può essere più fermato. L'Ospedale psichiatrico è
la conclusione. Esso accetta in pieno il concetto dell'esclusione e diviene così il deposito di tutti coloro che la società
ha segregato.
Come l'Ospedale eserciti questo compito non deve essere ancora ripetuto: dalla bollatura nosografica che crea un
principio di segregazione razziale, alla onnipotenza decisionale del medico, ai soprusi degli infermieri, fino al tragico
spreco del tempo, ogni elemento di questa violenza è oggi chiaro. Nessuno psichiatra può più rifiutarsi, se non in
mala fede, di essere chiaramente consapevole di ciò. L'Ospedale tradizionale esprime io stesso tipo di atteggiamento di
base della famiglia e della società, con esse si fonde, ne assume gli scopi, ne accetta le direttive. Quando questo
atteggiamento sarà invertito, quando l'istituzione sarà negata (queste parole sono di F. Basaglia), vi sarà la possibilità reale
che l'Ospedalepossa assumere un ruolo terapeutico. La sua fondamentale ambiguità potrà rimanere, ma consapevolezza,
rifiuto e azione dovranno inevitabilmente seguire.
In questo senso e in questo modo, le parole scritte su Popular Photography Italiana possono essere completate. Il
documento fotografico , si scriveva allora, è un documento scientifico... Nella sua obiettiva freddezza esso diventa
anonimo, piatto e più non significa quello che esso doveva significare.
Il documento fotografico del trattato di
psichiatria presenta in effetti una mostruosità etichettata nosograficamente: congelata per sempre nella fissità
dell'immagine, la posa statuaria del catatonico presenta al lettore l'immagine stessa dell'incomprensibile, dell'alieno,
del mutante, del diverso. Cosi ancora, la fotografia documentaristica di tipo medico-psichiatrico si mette al servizio
del principio di esclusione. Ma se la fotografia si pone lo scopo di negare e contestare questo limite, essa diviene
interpretazione e diviene arte, perdendo così (almeno in apparenza) ogni carattere di obiettività quale sarebbe
desiderato da una scienza cosificante e disumanizzante. Ma, si scriveva nel 1967, se si prescinde dagli obiettivi propri
della ricerca scientifica, se la psichiatria è messa fra parentesi e la fotografia è vista solo nella prospettiva dell'uomo
che vive nella sua alienità, allora il discorso cambia completamente. Esso è un discorso che non può essere fatto di
parole. Misteriosamente, nella mediazione fredda della carta fotografica, le immagini si animano e ci parlano di tutto
quello che, occultamente ma, fortemente, è passato e costantemente si ritrova fra l'uomo che vive nel mondo della
sua alienità e l'uomo che vive con lo sguardo nel mirino della sua macchina fotografica.
Sembrerebbe porsi qui una contrapposizione fra fotografia scientifica, obiettiva ma poco espressiva, e fotografia
artistica, ricca di espressività ma personale, non obiettiva, legata all'interpretazione e all'intenzione e dunque
fondamentalmente non scientifica. Questo sarebbe un equivoco grave: in realtà il documento fotografico di, tipo
medico non ha, in campo psichiatrico, nessun valore di conoscenza (in questo sforzo di totale neutralità, va perso
ogni significato umano, 1967). Le fotografie, dei trattati di psichiatria risultano inaccettabili, anche dal punto più
strettamente scientifico per i seguenti motivi:
a) Esse sono basate sul pregiudizio nosografico e sono quindi intenzionalmente volte ad accentuare, caricare o
mettere in risalto le caratteristiche di certi sintomi di una presunta malattia, mentre si perde completamente quanto,
nel porsi dell'uomo davanti alla macchina fotografica, denunzia ed esprime la sua intera condizione.
b) Conseguentemente esse non hanno alcun significato in quanto strumento rivelatore dell'altro; il loro significato è
del tutto negativo, nel senso che esse rivelano soltanto l'intenzione del fotografo di selezionare tutto ciò che si rivela
inutile al principio nosografico precostituito.
c) In questo modo !a fotografia assume tutte le funzioni della nosografia in genere e fa proprio il principio della
cosificazione dell'uomo, con l'aggravante di contraddire completamente il suo fondamento di libero e spontaneo
rapporto con la realtà.
d) Conseguentemente ancora, il carattere di presunta "obiettività" del documento fotografico medico-psichiatrico non
esiste: la ricerca è basata su un pregiudizio, la selezione è arbitraria, il rapporto non si compie, l'immagine non ha
alcun significato; nell'insieme si tratta di una mistificazione facilmente denunziatile, che non ha nessun carattere
scientifico perché non ci fornisce nessuna conoscenza e anzi ci porta decisamente fuori strada.
Nell'asserire l'ultimo punto non vi è bisogno di nessun particolare sforzo né di alcuna particolare tendenza rivoluzionaria:
basta, come in tante cose della psichiatria, essere un po' attenti ed eludere il pregiudizio. Qualunque studente di medicina
sa che le immagini caricaturate dei trattati di psichiatria non corrispondono in niente alla viva realtà che egli per la prima
volta incontra nelle istituzioni psichiatriche: anzi queste immagini avevano destato in lui un certo allarme e una certa paura
della concreta mostruosità rappresentata ed egli sarà straordinariamente sollevato quando, nel suo primo contatto con i
pazienti psichiatrici quelle caratteristiche esteriori su cui la fotografia medica aveva puntato il dito segnalatore (ed accusatore)
gli appariranno così diverse, spontanee, umane, significanti.
Ma, se la fotografia medica in psichiatria non ha nessun valore scientifico e anzi è volta contro la conoscenza, al
servizio del principio di esclusione ed è strumento di violenza, che cosa offre realmente una fotografia libera da
pregiudizi e non asservita al principio di esclusione? Essa, come si è accennato, non sottostà al pregiudizio delle
categorie nosografiche, dei sintomi particolari da segnalare, della totale cosificazione dell'uomo; essa dovrebbe
proporsi un rapporto diretto e vivo, una rivelazione illuminante, un costante ripresentarsi dell'umano. La sofferenza, la
solitudine, la resa e la lotta, nei loro infiniti modi umani, si presenteranno all'uomo che è dietro al mirino della
macchina fotografica; e nulla andrà perso, nemmeno di quei caratteri esteriori, sintomatologici, con cui l'umano si
rivela: quei sintomi non appariranno più isolati, quali segni convenzionali di una mostruosità, ma appariranno
illuminati dal loro più generale significato, nell'insieme della loro completezza espressiva. Non vi è così nessuna
perdita di obiettività, ma anzi una obiettività più completa e ricca in questo modo la fotografia "artistica", risulterà più
"scientifica" di quella trattatistica, anzi, in fondo, l'unica "scientifica".
I rischi sono molteplici: intanto l'interpretazione rivela ancora l'intenzione di colui che fotografa. Ma questo, in
psichiatria, non si può evitare mai: nel nostro incontro con il paziente non cesseremo mai di essere noi stessi e ci
attendiamo solo, se non siamo totalmente portatori di violenza, che ci sia l'incontro stesso a modificarci. Lo stesso
può essere detto per la fotografia e Luciano D'Alessandro ha vissuto interamente e spregiudicatamente questa
esperienza.
In secondo luogo, il pericolo della cosificazione rimane in agguato in questa come in tutte le altre esperienze
psichiatriche: se la fotografia diviene oggetto di propositi meramente estetici e di autocompiacimento, si ricadrà nella
stessa situazione alienante delle fotografie dei trattati.
Ma un certo pericolo di cosificazione è intrinseco al carattere stesso della fotografia: il fotografo deve sapere infrangere
questo limite e la consapevole ambiguità della sua posizione gli eviterà ogni pericolo di una totale rinunzia.
Luciano D'Alessandro ha vissuto tutto questo e le sue immagini ce Io dicono chiaramente. In questo modo egli ha potuto
dirci la sua storia che è una storia di solitudine e di violenza. A questo punto lo psichiatra deve tacere e le immagini debbono cominciare: il lettore ha ora il sùo pieno campo.
Se questo documento della violenza ha il suo più vero significato, lo psichiatra è nel silenzio della sua consapevolezza e
nella più immediata necessità di agire. Ma nemmeno il lettore potrà rifiutare la consapevolezza di quanto, senza ambiguità
e compiacenze, tocchi direttamente anche lui. Altrimenti non v'è che solitudine e violenza.
Sergio Piro